Roberto Gramiccia

Il titolo scelto fa pensare a una diagnosi clinica più che a una mostra, ma in questo sta la sua forza. In quel “dispersa” è custodita l’aporia principale del nostro tempo, che somiglia al sintomo  di un malessere grave. L’umanità, infatti, si dimostra tale quando esibisce di sé la struttura unitaria. Il suo essere un “intero” anziché un insieme di “parti”. La dispersione e la frantumazione che la precede, invece, allargano le trame del tessuto unitario che dovrebbe informare di sé l’umanità. Feriscono quel tessuto e lo slabbrano, fino a creare lacerazioni e buchi. Ferite dunque che, oggi, fanno dell’umanità un corpo dolente, quasi un reperto patologico vivente.

 

Intendiamoci, non è che la storia sia mai stata una successione lineare di eventi progressivi, in grado di dare consistenza solidale all’umanità. Al contrario essa è apparsa piuttosto come la ricapitolazione ciclica di rovine e di macerie, di sangue e  sofferenze indicibili. Eppure fino a qualche decennio fa, nonostante tutto, essa aveva mantenuto in vita alcune certezze. L’esistenza delle classi sociali, ad esempio, e delle loro ideologie. Di pensieri lunghi, di filosofie che tentavano, persino, di interpretare il mondo. Di utopie e religioni, in grado di riprodurre il senso di una direzione possibile da scegliere. Di parole adatte ad esprimere la multiforme varietà dei sentimenti e delle proposizioni razionali.

 

Oggi viviamo un tempo in cui lo sfruttamento, le macerie, le carestie e le guerre persistono ma sono scomparse alcune certezze elementari. Quelle che hanno sempre consentito di distinguere gli affamati dagli affamatori, i giusti dagli ingiusti, gli empi dai santi. L’umanità dispersa è il teatro di un’atomizzazione sociale che tutto relativizza e banalizza, che tutto rende liquido e inconsistente, afasico e aprassico. Una inconsistenza della quale si nutrono le ragioni ontologiche del dispotismo della forma merce che, per espandersi e dominare, ha bisogno che attorno a sé non solo non esistano narrazioni concorrenti, ma nemmeno residue barricate di senso critico e (persino) poetico.

 

In tutto questo l’arte, più della politica basilikè tèchne (tecnica regia), perde i suoi riferimenti. Si agita boccheggiando. Si piega sotto i colpi di un sistema di dominio che tutto sottomette al laccio del mercato. In questo cupo scenario ogni paradigma, ogni idea forte si sfarina, anche quella di uno statuto dell’arte che non può non stabilire il perimetro, ancorché flessibile e mutevole, di ciò che è arte e di ciò che non lo è. Ogni cosa diventa intercambiabile e l’unico statuto plausibile è quello che riconosce all’arte un valore soltanto: il valore di scambio. L’arte come sotto-merce e il valore declassato a prezzo.

 

È proprio in questo periodo buio, che dura ormai da troppo tempo, e che cerco da anni di studiare e combattere per come so e posso, che mi viene proposto di curare la mostra di due artiste: Giulia Del Papa e Roberta Maola. Due giovani e fondate promesse, la cui ricerca e la cui produzione si colloca, sicuramente e a buon diritto, nel solco di quelle pratiche di resistenza attiva che ancora autorizzano un cocciuto “ottimismo della volontà”. Mi riferisco a quella resistenza che in arte, come in letteratura, come in politica e in ogni altra attività, si rifiuta di ritenere che alla vulgata postmoderna non ci si possa opporre ma solo adattare.

 

Giulia Del Papa e Roberta Maola, senza clamore e con silenziosa determinazione, riaffermano quotidianamente la convinzione che il lavoro e lo studio possano pagare. La certezza che non sia inevitabile rassegnarsi alla scomparsa del “mestiere” in arte, così come la determinazione a mantenere, nel perimetro del loro fare, quel legame dell’arte con il mondo che Adorno riteneva elemento costitutivo essenziale di ogni ricerca estetica. Oggi tende a prevalere la sostituzione di questo legame con i diktat di un sistema dell’arte cinico e feroce. E questa è la tesi. Ma l’antitesi, vivaddio, esiste e si incarna nel lavoro di chi crede nella bontà di scelte diverse e oppositive.

 

L’arma che Giulia e Roberta utilizzano in questa battaglia delle idee è silenziosa ma a suo modo implacabile. Quest’arma è la matita, il disegno. Quella cosa semplice e grandiosa che fece dell’arte fiorentina e del Rinascimento un’epoca irripetibile. Il disegno come fondamento. “L’arte è cosa mentale” diceva Leonardo Da Vinci, che stabiliva un legame funzionale indissolubile fra mente, occhio e mano. Così come l’arte veneta era fondata sul colore, portavoce di sentimenti e di passioni, quella fiorentina era fondata sul disegno e la linea di contorno, latori e amplificatori del pensiero razionale. Di questi fondamenti, debitori della tradizione classica italiana, sarebbe difficile oggi trovar traccia nelle province dell’arte post-contemporanea. Le nostre due artiste invece, ostinatamente, non solo vi ritornano ma fanno di questi principi il piedistallo della loro costruzione quotidiana.

 

È a questa tradizione che mi piace riferirmi parlando del loro lavoro. Piuttosto che all’iperrealismo di stampo americano, quello classico dei Richard Estes, Ralph Goings e Chuck Close. L’iperrealismo per lo più, con tutte le lodevoli eccezioni del caso, gareggia con la fotografia nel riprodurre la realtà così com’è. Tanto che il risultato massimo agognato da chi usa questo linguaggio è quello di rendere le proprie opere indistinguibili dalle immagini fotografiche. Ecco, questa intenzionalità illusionistica e in qualche modo funambolica è esattamente l’opposto di ciò che connota l’investigazione e il lavoro quotidiano di Del Papa e Maola.

 

Le opere di ciascuna di queste due artiste in questo ritrovano una naturale parentela: nel non aspirare all’effettaccio da prestigiatore, da virtuosista della grafite. L’intenzione è diversa e più alta. E non ha nulla a che vedere con l’oziosa gara con la precisione freddamente calligrafica della fotografia. Chiunque osservi con un minimo di attenzione le opere di queste due autrici subito si accorge di non aver davanti una delle tante immagini fotografiche, ormai rese stucchevoli dalla smania replicativa  del digitale. Un calore promana dalle figure e dagli oggetti che popolano la loro narrazione, che testimonia lo scorrere in esse del sangue di un prepotente vitalismo.

 

L’obiettivo che questa coppia di artiste si prefigge è fare arte utilizzando il più antico dei mezzi, sicure che non è il mezzo che si sceglie a interessare ma il fine che si persegue. E convinte – come io lo sono – che il mestiere e la tecnica siano elementi costitutivi essenziali dell’attività di un artista che aspiri anche solo a spostare una virgola nella lunga storia che prese le mosse dalle grotte di Lascaux. Se questi sono i presupposti, la mostra di oggi nella cornice autorevole e carica di storia dell’Archivio Menna/Binga, regala un’occasione imperdibile per ammirare sei opere distillate in mesi di lavoro come si fa per i liquori più nobili e costosi. Opere fra loro vicine ma anche diverse per come le rispettive autrici si pongono nei confronti dell’arte e del mondo.

 

Giulia Del Papa riflette sulla necessità di “rallentare”, di fermarsi a pensare ciò che della vita ci sfugge per i ritmi esasperati di un quotidiano che non lascia tregua. Velocità e superficialità sono  due facce di un’unica medaglia. Quella che immaginificamente riproduce la cifra dell’esistere per come oggi si sostanzia: un istante che vola via senza lasciare tracce, complice di un presente amputato del futuro e del passato. I volti ritratti con maestria nelle tre opere presentate dell’autrice sono quelli dell’autrice stessa, che usa in due di esse lo specchio per fissare l’immagine e invitare alla sosta. Una sosta che ristora e rigenera, capace di dare fiato alla corsa e di rifornire di idee un tempo senza idee. L’arte è una cosa mentale si diceva. Ed è tutta mentale la rappresentazione di una dimensione spazio-tempo entro la quale, rallentando appunto, si possano cogliere le Visioni segrete (come titola una delle opere), scoprendo quell’essenziale invisibile altrimenti destinato a sfuggirci. Il tratto sicuro e la dialettica del chiaroscuro espungono da sé qualsiasi sciocca ambizione calligrafica, facendo affiorare una precisione di sintesi che emancipa quest’artista dalla stucchevole ripetitività di un iperrealismo manierato e stanco. La rete dei rami che, come una veletta dell’ottocento, distanzia l’osservatore dai volti, rami secchi e apparentemente non vitali ma domani portatori di rinnovata e rigogliosa vitalità, è l’omaggio a quella natura ciclica degli antichi greci di cui oggi, purtroppo, è scomparsa persino la memoria letteraria.

 

E poi Roberta, Roberta Maola che, come Giulia, si occupa del mondo ma incardinando la sua “riflessione a matita” su temi sociali testimoni della deriva di una fragilità che, un tempo, fu foriera di riscossa e oggi latita alla ricerca del coraggio e della consapevolezza attiva. Struggente la rosa che, nel suo 69 centesimi, alloggia in una bottiglietta di plastica nata per contenere acido muriatico. Un prodotto apparentemente innocente ma che custodisce un liquido in grado di sfigurare e violare l’identità e la vita, com’è accaduto in episodi di cronaca tristemente noti. Roberta orienta la sonda della sua investigazione sui fatti e sui misfatti dell’oggi come quando in …spazio alle idee, con perizia e sapienza concettuale, affianca la forchetta al fiore. A venirmi in mente è subito Il Pane e le rose di Ken Loach, e l’esigenza per gli sfruttati del mondo di nutrirsi della bellezza, perché la bellezza serve come serve il pane.  Ce lo ricordano le scritture meridiane di Camus e le sagge dissertazioni di uno psicologo di lusso come James Hillman. È evidente in Roberta, anzi è prepotente, l’intenzione di nutrire la sua abilità tecnica degli umori di una consapevolezza aggiornata all’oggi. In questo senso la sua è un’arte che appare concettuale senza bisogno di mettere in discussione il “mestiere”. È falsa l’alternativa fra arte concettuale e manufatto. Com’è trita e ritrita la tiritera di un decotto epigonismo falsamente duchampiano interessato a legittimare i propri limiti, sparlando della pittura e del disegno, spacciati per discipline passatiste. Roberta Maola – e questa cosa è chiarissima nell’ultima opera esposta Conservare l’amore - può essere considerata se si vuole un’artista concettuale dotata di magnifiche qualità tecniche.

 

Ma  questa etichetta che ben si attaglia all’una e all’altra di queste artiste-amiche alla fine appare persino superflua. Da che mondo è mondo, infatti, non c’è arte di qualità che non sia concettuale. L’arte ha un disperato bisogno di idee e di concetti. Senza idee non esiste. È un’altra cosa. La mostra che oggi queste due artiste ci regalano è assolutamente in linea con l’insegnamento di Leonardo. Non nega la tradizione quindi ma nemmeno la imita. Perché usando la tecnica più antica ci parla dell’oggi.

 

 

Roberto Gramiccia

Roma, Febbraio 2018